domenica 20 maggio 2007

Oddio, rispondermi da solo non è mica tanto bello, ma insomma!

Credo di avere intanto capito cosa è un post: è una e-mail senza indirizzo ed affidata al vento. Non sarebbe mica male se così fosse, no? Mi rivolgerò allora a una mia collega d'italiano. Cara T. cosa possiamo inventare di nuovo per gli studenti di quinta dell'anno scolastico a venire? Questo ti chiedi, vero? Anni fa riuscii un giorno a interessare i miei studenti di quinta a una lezione di elettronica. Tornavo in classe, dal laboratorio, seguito dai miei studenti di fine corso e percorrevo il lungo corridoio del piano rialzato, a un certo punto esclamai: -Io solo contro tutti.- Dopo di che mi gettai contro i miei circa venti studenti spingendo con gran forza come se volessi rovesciarli tutti a terra. Assurdo, no?, dato che le nuove generazioni sono più alte della mia e io non sono un colosso. Già, certo, solo che i pazzi il ciel li aiuta e infatti. Come è e come non è persuasi praticamente di botto i miei studenti che o si davano da fare oppure, ad uno ad uno, sarei forse riuscito a stenderli per terra. Così quelli reagirono sul serio e nel giro di forse neanche tre secondi mi ritrovai sommerso sotto alcuni quintali di carne viva urlante e scalpitante. La preside, chissà come, sentì (forse era già fuori dal suo ufficio), si affacciò dalla balaustra, sovrastante la scala che porta al primo piano, e urlò dabbasso, rivolta agli studenti: -Cosa fate per terra in corridoio? Chi è il vostro professore?- E quelli pronti, ma veramente pronti e ben convinti, vale a dire con la dovuta dose di senso di colpa apparente: -Scusi, ha ragione. Il nostro professore è M. e sta in classe.- -E allora raggiungetelo, suvvia! Non si fa confusione in corridoio durante le lezioni!- Già, sì. Quelli si rialzarono e si avviarono verso la classe e io gattonai in mezzo a loro in modo da non farmi vedere da nessun'altro, tranne che dagli studenti che avevo intorno. Sto infatti parlando del 1983 ed ero ancora giovane e scattante. Raggiungemmo la nostra aula con loro che fecero attenzione a fare sì che io non venissi visto neppure dalla bidella davanti alla quale passammo e che stazionava a metà del corridoio. Naturalmente, però, una volta raggiunto l'interno della classe e chiusa la porta scoppiammo a ridere in maniera talmente fragorose da farci udire sia in corridoio e sia nelle aule attigue, ma tanto a noi non importava più niente di come sarebbe potuta finire la faccenda. Sì, perché avevamo intanto appreso qualcosa d'importante: probabilmente ci volevamo bene stupidamente, ma pure reciprocamente e questo fatto, assieme alla circostanza imprevista ed al bisogno di decidere in fretta sul da farsi, ci aveva aperto gli occhi su chi eravamo e su che cosa dovevamo forse imparare a difendere meglio che potevamo anche a costo di fare fatica o di assumerci dei rischi. Ci sentimmo insomma cresciuti, e non di poco, quasi grandi, direi, e quindi, una volta tanto l'avere lavorato assieme a scuola ci aveva ripagato facendoci imparare una nozione importante. Già, sì, oramai sapevamo perché io avrei continuare a darmi da fare, per portare loro verso la soddisfazione di una promozione, e anche perché, dal canto loro, avrebbero a volte cercato di ricavare una gradevole sensazione di benessere impegnandosi a scuola e magari anche dopo, nella vita reale. Sì, perché per loro sarebbe stato probabilmente importante anche da grandi essere compatibili con le aspettative delle persone fra le quali avrebbero vissuto. Che scemi, vero? O invece sbaglio? Chissà.